I nuovi criteri energetici e scontro sul Mar Nero tra Usa e Russia

11 Apr 2023

Il Parlamento europeo ha approvato il suo mandato negoziale per la nuova direttiva sulle prestazioni energetiche degli edifici con 343 voti a favore, 216 contro e 78 astensioni. Il centrosinistra ha votato sì, la destra no, il centro si è spaccato (anche se con una maggioranza di contrari). Si tratta di un mandato negoziale, appunto: ora l’Europarlamento discuterà il testo approvato ieri con il Consiglio Ue e con la Commissione europea in una trattativa a tre («trilogo»).

L’obiettivo della direttiva sulle case green, proposta dalla Commissione Ue, è portare a «un’ondata di ristrutturazioni» per migliorare le prestazioni energetiche degli edifici che, nel complesso, sono responsabili di circa il 40 % del consumo totale di energia dell’Ue e del 36 % delle emissioni di gas a effetto serra associate a questo consumo — scrive Francesca Basso —. Secondo il testo approvato dal Parlamento Ue, che non è definitivo, gli edifici residenziali dovrebbero raggiungere almeno la classe di prestazione energetica E entro il 2030 e D entro il 2033 mentre gli edifici non residenziali e pubblici le stesse classi entro il 2027 e il 2030 (la Commissione ha proposto F ed E). Gli edifici nuovi dovranno essere a emissioni zero dal 2028, per quelli pubblici la scadenza è al 2026. Tutti gli edifici nuovi, per i quali sarà tecnicamente ed economicamente possibile, dovranno dotarsi di pannelli solari entro il 2028. Per i residenziali sottoposti a ristrutturazioni importanti la data limite è il 2032.

Il testo definitivo potrebbe dunque essere diverso da quello discusso ieri, che intanto ha suscitato le ire del governo italiano (qui le domande e risposte di Gino Pagliuca sulla proposta). «È bello ammantarsi di ideali ma in Italia abbiamo circa 31 milioni di unità. Di queste 15 milioni sono oggetto di classificazione. Anche se molte sono escluse in quanto sotto i 100 metri quadrati, vincolate o per altri motivi, le abitazioni da portare in classe F al 2030 sarebbero comunque circa 5,1 milioni e quelle da portare in classe D al 2033 ammonterebbero a 11,1 milioni» dice il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin intervistato da Claudia Voltattorni. «Nessuno mette in dubbio l’obiettivo al 2050 ma si deve procedere per gradi. Devono essere gli Stati nazionali a valutare il percorso da seguire rispetto al patrimonio immobiliare di ogni Paese. E va fatta una valutazione rispetto ai numeri. Se con il Superbonus, spendendo 110 miliardi, siamo riusciti a intervenire su 360 mila immobili, quanto servirebbe per intervenire entro il 2030 su quasi 15 milioni di unità immobiliari? Si tratterebbe di cifre astronomiche che non possono permettersi né lo Stato né le famiglie italiane».

Della questione si occupano Milena Gabanelli ed Enrico Marro nel Dataroom di oggi, e stimano numeri diversi, molto più contenuti:

La proposta di direttiva, spiega il vicedirettore dell’Ance Romain Bocognani, che sta seguendo questa partita dall’inizio, in realtà prevede in questa prima fase l’obbligo di intervenire solo per il 15% degli edifici più inquinanti. Tradotti in numero, e supponendo che il criterio di classificazione europeo non si discosti dal nostro, nella classe G dovrebbero finire fra gli 1,4 e 1,8 milioni di edifici suddivisi più o meno a metà tra condomini e unità unifamiliari. Per queste case dovrebbero essere disposti lavori di efficientamento in grado di raggiungere la classe E nel 2030 e la classe D nel 2033. Se si partisse l’anno prossimo, ipotesi molto ottimista, dice l’Ance, bisognerebbe dunque ristrutturare dai 140 mila ai 180 mila edifici l’anno per dieci anni. «Per capire la dimensione di tale sfida — dice l’associazione — basti pensare che con gli incentivi del 110%, sono stati realizzati poco meno di 100 mila interventi nel 2021 e 260 mila nel 2022. La direttiva prevede, quindi, che nei prossimi anni dovremo mantenere un ritmo costante, simile a quello sperimentato nell’ultimo anno». Si può dire che non tutti gli interventi richiedono il cappotto termico, ma non c’è dubbio che il primo problema è quello del rispetto dei tempi. Serve un esercito di muratori, idraulici, elettricisti, falegnami, che non ci sono, e quei pochi si fanno pagare a peso d’oro. Colpa di un sistema formativo delle scuole professionali, delle imprese, di Confindustria che non è stato lungimirante.

Il secondo problema è quello dei costi. Il governo dovrebbe sostenere fiscalmente anche i nuovi interventi previsti dalla direttiva proprio mentre fatica a chiudere il rubinetto del Superbonus, costato finora più del doppio del previsto. E anche gli interventi per prendere il Superbonus richiedono il salto di due classi e hanno un costo medio di circa 600mila euro per i condomini e 114mila euro per le abitazioni unifamiliari. Però non è corretto partire dagli stessi parametri, perché quello del 110% è un mercato drogato (paga tutto lo Stato) che adotta come riferimento le tariffe massime del prezziario Dei. Allora quanto costerebbe passare dalla classe G alla E, e cosa bisogna fare concretamente? Il calcolo è quasi impossibile perché dipende dalla zona, e ogni caso è a sé, ma grossolanamente ci si può orientare. Per una casa singola di 100 mq ubicata al centro nord e costruita 50 anni fa, si devono rifare gli infissi con i doppi vetri, montare la caldaia a condensazione e coibentare il tetto. Poi, per passare alla D, ci vuole il cappotto termico o in alternativa la pompa di calore al posto della caldaia. A seconda di quel che è necessario fare, la spesa viaggia dai 20 ai 40.000 euro. Più o meno gli stessi interventi servono in un condominio e il costo, ovviamente, dipende dal numero degli appartamenti. In ogni caso, la commissione del parlamento Ue ha chiesto che la direttiva sia accompagnata da incentivi europei e nazionali. In Italia gli incentivi in vigore per questi interventi arrivano già al 65%.

Il governo italiano in ogni caso ha già annunciato che intende lavorare per cambiare la direttiva in sede di negoziato. Intanto ieri l’Ecofin, il consiglio dei Ministri delle finanze dei Paesi Ue, ha approvato le conclusioni sui principi base per la riforma del Patto di stabilità e crescita.

Le critiche dei sindacati alla riforma fiscale

In Italia invece è scontro sul fisco. I sindacati Cgil, Cisl e Uil, di nuovo compatti, bocciano l’impianto della riforma annunciata dal governo Meloni, contestando il metodo ma anche il merito. Il governo si prepara a portare il disegno di legge delega giovedì in Consiglio dei ministri, e ha aperto il giro di incontri con le parti sociali ricevendo a Palazzo Chigi i sindacati (oggi sarà la volta delle associazioni di impresa e categoria e degli ordini professionali). Un incontro che i sindacati hanno definito un’«informativa» e non un confronto «vero». Scrive Enrico Marro:

Metodo a parte, a Cgil, Cisl e Uil non piace la filosofia che ispira la riforma: troppo sbilanciata, dicono, su lavoratori autonomi e rendita; infarcita di sanatorie e con l’obiettivo di arrivare alla flat tax che, secondo i sindacati, favorisce i ricchi. La piattaforma di Cgil, Cisl e Uil punta in tutt’altra direzione: Irpef progressiva a vantaggio di lavoratori dipendenti e pensionati; detassazione dei premi e del welfare aziendale; lotta all’evasione. Inoltre Cgil, Cisl e Uil vogliono la restituzione del fiscal drag, cioè le maggiori tasse pagate su salari e pensioni per via dell’inflazione che gonfia gli imponibili. Come si vede, richieste che valgono parecchi miliardi mentre è proprio questo uno dei nodi che il governo deve ancora sciogliere.

Ma cosa prevede il disegno di legge delega? Federico Fubini lo riassume così, sulla base della bozza allo studio:

Deduzioni delle spese effettuate per poter lavorare anche a favore dei lavoratori dipendenti. «Razionalizzazione» del numero e dell’entità delle aliquote dell’imposta sul valore aggiunto (Iva). Riscrittura delle accise sui prodotti energetici e sull’elettricità «in modo da tener conto dell’impatto ambientale di ciascun prodotto», cioè favorendo l’energia e i carburanti verdi. Spicca anche il fatto che non sia menzionato espressamente del dispositivo su 18 articoli e trenta pagine il passaggio da quattro a tre scaglioni dell’imposta sulle persone fisiche (Irpef), al quale il ministero dell’Economia chiaramente pensa. Al suo posto si parla di una «transizione del sistema verso l’aliquota impositiva unica» che, a parole, ha tutta l’aria di essere il proclama della flat tax sui redditi personali come obiettivo (teorico) della riforma fiscale.

Lo scontro sul Mar Nero tra russi e americani

Sul Mar Nero ieri c’è stato il primo contatto diretto tra Stati Uniti e Russia dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Il governo americano accusa un caccia russo di aver colpito l’elica di un drone di sorveglianza statunitense in una «sfacciata violazione del diritto internazionale», causandone l’abbattimento. Mosca ha dichiarato che il drone statunitense ha effettuato una brusca manovra e si è schiantato in acqua a seguito di un incontro con i caccia russi che erano stati inviati per intercettarlo vicino alla Crimea, ma ha insistito sul fatto che i suoi aerei da guerra non hanno sparato con le loro armi o colpito il drone. L’incidente, che ha aggravato le tensioni tra Russia e Stati Uniti, è il primo dall’apice della Guerra Fredda in cui un velivolo statunitense viene abbattuto dopo un incontro con un aereo da guerra russo.

Spiega Viviana Mazza:

L’incidente di ieri sul Mar Nero sottolinea come, ad oltre un anno dall’inizio della guerra in Ucraina, aumentino i rischi di uno scontro diretto tra Mosca e Washington. I droni americani sorvolano con regolarità le acque internazionali del Mar Nero. I russi hanno ripetutamente criticato i voli di intelligence statunitensi vicino alla Crimea, annessa illegalmente nel 2014. I due Paesi si «intercettano» l’un l’altro ma questa è la prima volta che avviene una collisione, secondo la ricostruzione del Pentagono. Pur usando i canali diplomatici per veicolare una chiara condanna per la «violazione della legge internazionale», la Casa Bianca e il Pentagono sono stati cauti nell’evitare di attribuire intenzionalità all’incidente. La dinamica la indica comunque chiaramente, almeno da parte dei piloti: il Pentagono parla di manovre «pericolose e non professionali» dei due caccia che si sono piazzati di fronte al drone, che hanno rilasciato carburante «deleterio per l’ambiente», fino all’urto. Un comportamento «immaturo», lo ha definito un funzionario Usa sotto anonimato. Il generale Pat Ryder, portavoce del Pentagono, replica che il drone ha filmato tutto e, se sarà autorizzata la divulgazione, le immagini dimostreranno la versione americana.